Cicco ovvero ai piedi dell'arcobaleno

Umberto Nisticò, Anna Paola Diaco, Pino Michienzi e Ettore CapicottoCicco - La locandinaTratto da una novella del poeta dialettale Achille Curcio, scritto da Silvano Spadaccino e Pino Michienzi lo spettacolo, andato in scena per la prima volta nel 1987, narra le vicende di Cicco, lo scemo del paese: piccolo mondo antico inteso come grande storia regionale di usi, costumi e tradizioni. Il vecchio e il nuovo a confronto. Quale il meglio, non ci è dato sapere, se “progresso” vuole dire abolizione di un modus vivendi: focolare, caldarroste, albero della cuccagna, ninna-nanna, ricordi, padre, madre, pescatori, fame, storia personale di Cicco. Emigrare allora?... forse.
Il poeta si rifiuta, resta nel suo paese vicino a Cicco, oramai moribondo, a perpetuare parole e azioni, testimone di un tempo che tenta di cancellare la sua stessa storia, notaio Cicco ovvero ai piedi dell'arcobalenodi ricordi, scritti forse vicino all’eterno e inconsumabile mare… ai piedi dell’arcobaleno!
Lo spettacolo è stato rappresentato con ottimo successo di critica e di pubblico nella Rassegna Nazionale di Teatro di Confluenza “ILTEATRO IMPAZZA IN PIAZZA” organizzata dalla Oscot & Co. di Torino e svoltasi a Moncalieri dal 7 al 18 giugno 1989.
La Compagnia rappresentava la Calabria.

Anna Maria De Luca e Umberto Nisticò Umberto Nisticò, Anna Paola Diaco, Pino Michienzi, Anna Maria De Luca, Ettore Capicotto Ettore Capicotto, Anna Paola Diaco, Pino Michienzi, Anna Maria De Luca, Umberto Nisticò

LA CRITICA A "CICCO..."

GIULIO PALANGE da "STORIA DEL TEATRO DIALETTALE CALABRESE"
Cosenza, Edizioni MIT, 1989, pag. 161
[...] Più marcati sono, invece, gli indirizzi seguiti dal "Teatro del Carro", compagnia che ruota attorno alle più collaudate capacità di Pino Michienzi e Anna Maria De Luca e che fa anche scelte legate al mondo della dialettalità. La Compagnia, adattando e mettendo in scena pagine di vari autori calabresi, ha al suo attivo una costante attenzione verso il patrimonio culturale ed espressivo regionale. Fra le compagnie professionistiche operanti in Calabria - invero ormai numerose - è l’unica attestata con sostanziale continuità su questo fronte. Interessanti anche le operazioni linguistiche tentate per dare sulla scena ai personaggi di Alvaro o di Curcio una parlata "bassa" evocativamente autentica. Nel 1989 la Compagnia realizza "Cicco, ovvero... ai piedi dell’arcobaleno" da un racconto di Achille Curcio adattato da Pino Michienzi e Silvano Spadaccino (fra gli interpreti, oltre a Pino Michienzi e Anna Maria De Luca, Ettore Capicotto, Anna Paola Diaco, Umberto Nisticò). Il ricordo di Cicco, scemo di paese realmente vissuto, stimola tutta una comunità a riflettere sul proprio passato e sul proprio futuro, sulle "azioni di un popolo, testimone di un tempo che tenta di cancellare la sua stessa storia fatta di ricordi...". "Cicco, ovvero..." prende pure parte alla rassegna nazionale del Teatro di Confluenza di Moncalieri. La professionalità c’è, e tanta, il rigore nell’approccio a tutto un patrimonio espressivo anche, gli autori scelti non si discutono: eppure, quelli del "Teatro del Carro" fanno i salti mortali senza rete di protezione per racimolare il numero di piazze sufficienti a non mortificare la passione, i sudori e il sacrificio profusi.

PAOLO AIELLO - CALABRIA LETTERARIA - Luglio-Agosto-Sett. 1987
"HANNO AMMAZZATO CICCO"
[...] le linee ideali, le istanze esistenziali, le tematiche fondamentali del vivere sono state vissute e fatte rivivere dall’attore e regista Pino Michienzi: artisticamente patogenetico è lui, Michienzi, lui il Cicco, il poeta Achille; lui il lontano Cicco presente nella coscienza dello spettatore; è lui il poeta sul palcoscenico, il demiurgo d’un futuro, ricco di umanità qualificata, cui Achille Curcio guarda "attraverso la ragnatela" e vede il volo di un gabbiano: libertà, giustizia, indipendenza; e più che verità, giustizia.
L’uomo forse, rifiuta questi valori? Se Cicco era "uno che sarebbe meglio non fosse mai nato", allora sì che c’è nell’uomo la repulsa universale di ciò che è "giusto". Allora, neppure il poeta Curcio e l’attore Michienzi vedrebbero volare nel cielo i gabbiani".

ENNIO BONEA - CALABRIA - febbraio 1988
"LO SCEMO DEL VILLAGGIO AI PIEDI DELL’ARCOBALENO"
"Con la traduzione in prosa di un racconto di Achille Curcio il gruppo teatrale di Pino Michienzi accende magiche tensioni tra attori e pubblico. La dimensione scenica assume valori simbolici e fantastici. La realtà si intreccia col mito e col surreale, e la platea rimane stregata"
[...] Il racconto sviluppa, narrativamente, la tragica, inimitabile e aliena biografia dello "scemo del paese", personaggio tratto dalla realtà brutale e degradata di una comunità paesana calabrese, dalla quale si proietta, nel racconto, il fosco riflesso della insensibilità crudele dei, così ritenuti, sani che usano di questo essere "diverso", per beffarlo e per beffare, senza mai manifestargli un apprezzamento diverso da quello che si esprime per una bestia addomesticata, che diverte e si accontenta del boccone gettatogli per una sopravvivenza funzionale ai propri spassi.
Cicco, per conto suo, non avverte il disagio di questo rapporto anomalo, vive la sua esistenza libera da ogni convenzione che soffochi la sua istintività, felice, se pure ne ha coscienza, di vedersi apprezzato e divertente esecutore di canzoni e di arie operistiche a suon di labbra, con accompagnamento del suono scoreggiante, procurato dal movimento del braccio che comprime una mano posta sotto l’ascella. [...] Quando la morte ghermisce sua madre, Cicco avverte il deserto da cui è circondato; la solitudine mai prima percepita lo stravolge, la sua demenza derisa diventa follia violenta e il ricovero in manicomio si rende l’unico ed ultimo intervento della società, dalla quale Cicco era stato sempre escluso.
L’intervento di Michienzi e Spadaccino sul testo narrativo ha avuto due risvolti: quello tecnico, ha reso personaggio inesistente, cioè assente di fatto, Cicco, che diviene atmosfera ed emozione che avvolge tutto lo spazio drammatico; quello ideologico, dà alla pièce una trama simbolica concentrandola sul rapporto coscienza-incoscienza, nel dramma di una analisi svolta, in scena, da un gruppo di amici, rivolti al loro passato, che si trovano intorno al protagonista fittizio (perché quello reale è sempre l’assente Cicco), il poeta Achille, che opera da elemento di raccordo tra chi resta nel paese per valorizzarne le ragioni socio-culturali e chi parte, sradicandosi, come appare il personaggio di Turi.
Come è facilmente comprensibile, la dimensione scenica assume valori simbolici e fantastici che il testo narrativo non può avere e si deve riconoscere che, pur inserendo nella sceneggiatura brani di poesia dialettale dello stesso Curcio e stralci musicali di strumentazione popolare con cadenze bandistiche di stile felliniano, la resa drammatica della vicenda si allontana dalla resa localistica per assumere, nonostante la dialettica dei testi poetici e la orecchiabile popolarità dei temi musicali, valenze universali ed approcci culturali che richiamano alla memoria, senza cadute di iterazioni per prestiti e calchi, il teatro dell’assurdo di Artaud e perfino l’ambiguità pirandelliana di una realtà sfuggente e cogente al tempo stesso. [...]
La rappresentazione è stata eseguita magistralmente dal gruppo teatrale composto, oltre al regista nel ruolo del poeta Achille, da Anna Maria De Luca e Chiara Crupi, che impersonavano Teresa e Anna, Ettore Capicotto, Maurizio Mottola e Germana Hianylea, con un ritmo recitativo nel quale si iteravano, armonicamente, la professionalità individuale e la presenza accorta e, forse, inflessibile del regista che ha saputo fare esprimere al meglio possibile l’atmosfera drammatica e fabulatoria del testo.
Un testo non facile ad afferrarsi dallo spettatore non avvezzo ad artifici scenici e scarti logici, portato com’è in chiave simbolica e surrealista, ma la platea è rimasta come stregata dal succedersi di realtà ed irrealtà, di tradizione e di sperimentalismo, certamente non rendendosi conto dei salti logici tra contenuti d’intreccio e scatti di pura fantasia; tra recitativo ed interventi di un discorso musicale che ha caricato di emozioni struggenti la tensione spettacolare creatasi tra attori e pubblico.
E’ stata la magia del teatro aperto all’interpretazione dello spettatore che ha dominato, e dominerà ogni qual volta che il "pezzo" sarà ripetuto, l’incontro tra attori e pubblico; come appunto dice Roger Caillois: "Queste fantasie, in apparenza le più libere, dissimulano, quindi, dietro differenti giochi simbolici, nostalgie e paure che si ripetono nel corso della storia e si evolvono insieme ai cambiamenti che l’uomo apporta alla propria condizione".

ANTONIO ANZANI - IL FIORE DI PIETRA - settembre 1987
"CICCO, OVVERO... AI PIEDI DELL’ARCOBALENO"
[...] Un testo siffatto ha il destino segnato: se, malauguratamente, capitasse in mano ad un cast mediocre si ridurrebbe ad una sequenza di poesie e di musiche senza alcun collegamento che ne renda plausibile l’accostamento. Ma è capitato in ben altre mani: quelle di Pino Michienzi, di Anna Maria De Luca, di Ettore Capicotto, di Chiara Crupi, di Maurizio Mottola, i quali sono riusciti a calarsi totalmente nell’atmosfera sognante di Curcio a fare, di ciò che si sarebbe potuto ridurre a semplice rimembranza, una "revivissence" credibile perché gli attori hanno saputo rivivere come in trance, e, quindi, trasmettere al pubblico, più che attento, attonito, lo struggimento, la pena di vivere, che sono la quintessenza della pièce; che possono risolvere solo nella follia del finale reso con una perfezione stupefacente.
Un Michienzi dalla padronanza scenica che gli conosciamo da anni, ma che, a parer nostro, ha qui superato se stesso; una Anna Maria De Luca dalla professionalità indiscussa; un Ettore Capicotto abile attore, cantante, mimo, musicista; bravi tutti, insomma, uti singuli et uti universi, controllatissimi nel gesto e nel movimento. [...] Un evento artistico di grande rilievo che - e non è piccola cosa - è riuscito ad essere anche uno spettacolo popolare; cose che non si escludono, come molti sprovveduti ritengono, sol che a compiere il "miracolo" siano, come nel caso nostro, autentici artisti.

SABATINO DI FILIPPO - Il Piccolissimo - 3 settembre 1987
"CICCO, OVVERO ACHILLE CURCIO SECONDO PINO MICHIENZI"
"Siamo alla nuova cultura meridionale"
[...] L’eccezione a cui si allude è lo spettacolo "Cicco" ispirato all’opera ed al pensiero di Achille Curcio e realizzato sulla scena da Pino Michienzi, esponente di quella che definisco "la nuova cultura meridionale", anzi l’unica "vera" cultura presente dalle nostre parti (giacché "la vecchia" si riferisce, con tutta probabilità, tranne rare eccezioni, alle tradizioni pre-normanne: non vedo infatti movimenti d’opinione "veramente" culturali nell’ottocento, nel pre-fascismo e nel fascismo calabresi).
Perché "vera" cultura?
Perché cultura è riflessione ed interpretazione corretta ed attenta della realtà che ci circonda, è compartecipazione ed insieme analisi, elaborazione e definizione dei fenomeni sociali che condizionano la vita dei singoli e del popolo. E proprio questo Achille Curcio fa con la sua poesia, e questo ha fatto Michienzi con la regia del suo "Cicco".
Ma veniamo al merito della rappresentazione. Essa è pregevole perché sintetizza con armonia di frasi, gesti, suoni e ritmi i temi cari al poeta, che sono i temi della nostalgia dei sentimenti della giovinezza ancora libera dalle dolorose stimmate dell’esperienza; una giovinezza che è rimasta, nel ricordo, indissolubilmente legata al linguaggio sensuale, contrastante ed insieme sacro della natura. E, per Achille Curcio, è "natura" incontaminata anche l’acciottolato delle strade del suo paese, l’aspetto frugale ed essenziale delle case e dei vicoli dei ricordi della sua infanzia, il suo sogno giovanile ad occhi aperti fatto di sirene argentate e di mare incantato, la sacralità quotidiana dei lavori tradizionali (i gesti antichi dei pescatori), la spontaneità e l’impulsività del giovane contadino ancora non smaliziato.
Cicco, "lo scemo del paese" è tutto questo: la natura in nuce, compressa, selvaggia, pura, carnale, e così ripiena di sentimenti genuini. Nel suo gesticolare ingenuo, infantile, nel suo "sentire" animalesco, Cicco rappresenta lo scrigno dei valori più ancestrali della vita; l’istinto di vivere, il sentirsi vivere, la sessualità prorompente, il candore dell’innocenza, la verecondia della pubertà, le passioni adolescenziali, le ansie della gioventù, l’onestà e la generosa voglia d’amare e di sentirsi un tutt’uno con le meraviglie del Creato.
Cicco rappresenta quel "quid" necessario alla vita: non basta sentire, non basta capire, non basta agire: egli è il cum grano salis dei latini, quel pizzico di genuina follia che spezza le corde che ci legano invisibilmente, le briglie del bisogno e del compromesso, le "fila della ragnatela" del conformismo e del perbenismo che ci rendono asfittica l’esistenza. Ma v’è di più: Cicco annoia la gente quando esprime la sua allegria scherzando e la diverte quando soffre tentando di arrampicarsi al palo unto della cuccagna; egli interpreta così una paradossale regola dell’esistenza: il volgo non partecipa solitamente alla gioia dell’individuo, ma spesso s’interessa cinicamente alla sua sofferenza. Pino Michienzi ha compreso la poesia di Achille Curcio e l’ha interpretata da vero artista qual è, in una raffinata e delicata sintesi attuata in collaborazione con il regista Silvano Spadaccino. Gli altri attori, Anna Maria De Luca, Ettore Capicotto, Chiara Crupi, Maurizio Mottola, sono sembrati a me "necessari" nella fattispecie, tanto sono stati bravi; bravi nel tempismo delle battute, nella ritmica dei gesti, nell’immediata significazione delle espressioni.
Nel contesto ho potuto apprezzare un elegante "linguaggio" teatrale (e nel termine comprendo anche le scene, le luci, i costumi e le musiche, tutti adatti al tema); un "linguaggio" contenuto e insieme sostanziale, completo ed insieme ricco nella sua semplicità e nella sua essenzialità, senza sbavature o pleonasmi, senza inutili riempitivi o insulsi sofismi, come deve essere ogni "teatro" degno di questo nome.
A Pino Michienzi vanno le mie più sincere congratulazioni e i miei più spontanei rispetto e ringraziamento per avermi fatto respirare aria nuova, pulita, balsamica, ricca di essenze genuine e profumi stimolanti, rivitalizzante specie dopo i "fetori" dei sempre non edificanti, anzi vergognosi ma pur sempre, in senso lato, "spettacoli", ahimè periodicamente interpretati negli anni dalle solite "premiate ditte" raccattatoti nelle occasioni delle elezioni politiche.
Mi si perdoni la comparazione un po’ ardita ed apparentemente fuori tema, ma il sacro assume ancora più valore salvifico ogni qual volta viene paragonato al profano. In questo ultimo tipo di "spettacoli", infatti, vi è solitamente l’inversione maligna, il capovolgimento perverso dei valori "teatrali": invece che al cospetto della finzione che descrive e interpreta la vita, ci troviamo di fronte, paradossalmente, a un tipo deteriore di vita che descrive, interpreta e, purtroppo, realizza la finzione.

CARLA BENINCASA - GIORNALE DI CALABRIA - 29 agosto 1987
"CICCO... QUANDO IL TEATRO DELL’ASSURDO SI FONDE CON IL PENSIERO CALABRESE"
[...] L’ottima interpretazione degli attori: Anna Maria De Luca (Teresa), Ettore Capicotto (Menestrello), Chiara Crupi (Turi), Pino Michienzi (Achille), la validità rappresentativa delle scene, delle luci, il validissimo apporto naturale raccontare del proprio popolo nella dimensione nazionale di Pino, ha reso pienamente il profondo significato dell’opera.

GAZZETTA DEL SUD - 14 giugno 1989
"LA COMPAGNIA DEL CARRO DI CATANZARO RAPPRESENTA LA CALABRIA A MONCALIERI"
"Venerdì alla rassegna Il teatro impazza in piazza"

TIZIANA LONGO - CALABRIA - Luglio 1989
"L’ARCOBALENO SPLENDE A MONCALIERI"
"La Compagnia Teatro del Carro diretta da Pino Michienzi e Anna Maria De Luca, ha rappresentato la Calabria nella rassegna di teatro delle regioni che si è svolta a Moncalieri. La rassegna che ha per titolo "IL TEATRO IMPAZZA IN PIAZZA" ha visto la Compagnia proporre nella piazza di Moncalieri il lavoro teatrale "Cicco" [...] Gli attori: Pino Michienzi, Anna Maria De Luca, Ettore Capicotto, Umberto Nisticò, Anna Paola Diaco, Germana Hianylea e Mimmo Rotella [...] CALABRIA aveva già raccontato, con un articolo di Ennio Bonea, lo spettacolo quando esso fu rappresentato in regione due anni fa. Vi ritorniamo ora con la recensione di Tiziana Longo apparsa su STAMPA SERA del 17 giugno 1989".

TIZIANA LONGO - STAMPA SERA - 17 giugno 1989
"CINQUE VECCHI AMICI CALABRESI PIANGONO L’INGENUO "CICCO" AI PIEDI DEGLI ARCOBALENI"
MONCALIERI - Un cortile cotto dal sole, il mare in fondo, un amico che ritorna, un altro invece è scomparso per sempre, un dramma che nessuno riesce a dimenticare. La Calabria, ospite ieri sera della rassegna moncalierese "Il Teatro impazza in piazza" si è presentata così, con un’opera molto poetica, simbolica e intensa.
Con "Cicco" [...] la differenza fra teatro dialettale e teatro "in lingua" si fa ben netta. Così legato all’immediata comprensione della battuta il primo e così ampio il secondo da travalicare invece ogni possibile barriera linguistica. La Compagnia del Carro di Catanzaro, che da cinque anni opera sotto questo nome, tiene a questa distinzione ed ha ragione. Il suo teatro, pur essendo strettamente legato alla terra d’origine, non è e non vuole essere un effimero recupero della parlata regionale ma qualcosa di più profondo, qualcosa appunto che anche, ma non solo, attraverso la forza del dialetto, arrivi ovunque. E non avendo un teatro tradizionale da "saccheggiare" è gioco forza inventare. Per questo Pino Michienzi, attore della lunga esperienza accanto a Renzo Giovampietro e d’inverno interprete nelle più grandi compagnie di giro, in estate crea testi per la sua terra e così due anni fa nacque "Cicco, ovvero... ai piedi dell’arcobaleno". [...] Nell’assolata scena di Anna Maria de Luca - anche interprete - le liriche cadono come pietre, struggenti e melodiose nella loro essenzialità e nella forza delle immagine che evocano, scontornate dalle orecchiabili musiche popolari che ci riportano di colpo alla realtà, quasi a volere ricondurre il discorso universale in un più circoscritto ambito regionale.
Complimenti agli attori (messi anche alla prova da una improvvisa bufera di vento) Anna Maria De Luca, Umberto Nisticò e Anna Paola Diaco.

RA.DE.S. - IL PICCOLISSIMO - 6 luglio 1989
"IL CATANZARESE TEATRO DEL CARRO SI AFFERMA A MONCALIERI"
[...] Gli attori, oltre a Michienzi anche regista, erano: Anna Maria De Luca ottima Teresa e sensibile amica del poeta, Ettore Capicotto menestrello dalla voce soave e melodiosa, Anna Paola Diaco inquieta Anna, Umberto Nisticò confuso e spaesato Turi, l’emigrato.
E c’erano le sirene e i pescatori, e c’era una grande festa paesana nell’aia del poeta Achille, vicino al mare, resa benissimo con tanto verde e vecchi attrezzi arrugginiti e scalini consunti e arco e panche, dalla idea scenografica della bravissima Anna Maria De Luca.
Le musiche di Silvano Spadaccino ed Ettore Capicotto davano un colore intenso alle liriche del poeta. Pino Michienzi, ancora una volta, ha offerto uno spettacolo di grande qualità e pregevole fattura.

GAZZETTA DEL SUD - 21 agosto 1989
"CICCO, PURO PER ECCELLENZA"
"In Sicilia lo spettacolo del Teatro del Carro"
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