Storia della letteratura dialettale calabrese dal 1400 al 1900

Seminari tenuti per la prima volta nel maggio 1992 e ancora nel 1994 in importanti istituti scolastici.

DALLA BROCHURE

LETTERATURA DIALETTALE CALABRESE
Dalle origini fino al XX secolo
a cura di  Pino Michienzi

ORIGINI E IDENTITA’

Per le lezioni sulla Letteratura dialettale calabrese, ci siamo trovati ad affrontare mesi di ricerca costante, per poter svolgere un piano di lavoro che potesse  racchiudere sinteticamente e restituire, comunque esaurientemente, ai giovani studenti delle scuole superiori e delle Università, un panorama letterario dialettale completo.
La poesia cosiddetta volgare,  generalmente espressa dal popolo in forma cantata, è da intendersi come tradizione orale fino al 1600.
Se si fa eccezione per la Carta Rossanese, risalente al 1100,nella quale si confermano alcuni  benefici e altri se ne concedono al Convento della Nuova Odigìtria di Rossano; per la Formula di Confessione, del 1300,di natura religiosa; per la Formula di scomunica contro i ladri,  del 1400, sorta di maledizione per i perseguitati; per la  Canzone in lode di Don  Ferrante Re d’Aragona, anch’essa del 1400,nella quale si piange la fine di Don Enrico d’Aragona, figlio di Ferrante, e che sono considerati gli unici documenti scritti in forma dialettale anteriori al XVII secolo, ci troviamo di fronte  a veri e propri fogli umani che, per contrade e paesi, divulgano avvenimenti politici ed eventi quotidiani, denunciando soprusi e  annunciando liberazioni, nascite, morti e partenze. Tutto per via orale. Tutto rigorosamente cantato.
La prima vera e consistente documentazione letteraria scritta in lingua calabrese, (escluse pertanto le composizioni  in latino e in greco),  risale, dunque, al 1600 e vede
la partecipazione alla vita sociale di tutto il popolo, con eventi importanti come l’allestimento delle feste stagionali: ‘U Carnalevari,  ‘U  Bellu Maju, ‘A Pigghiata, e poi ancora, tutta una serie di storie e di ballate.
Del 1600 sono gli scritti di Carlo Cosentino, che tradusse in dialetto La Gerusalemme liberata, quelli dei fratelli Donato e di Donnu Pantu (Domenico Piro) dalle rime licenziose che tanti fastidi gli procurarono.  Del 1700 è l’abate Giovanni Conìa e, fra gli altri,  Gian Luigi Cardone, che ci lascia il più importante documento di quell’epoca, Il Te Deum de’ calabresi. Nel 1800  l’incontro è con Vincenzo Padula, abate, professore e scrittore  coraggioso; e poi Vincenzo Ammirà, professore anch’egli, che visse tra stenti, persecuzioni e carcere;  e ancora Mastro Bruno Pelaggi, il poeta scalpellino analfabeta.
A cavallo tra il 1800 e il 1900 gli incontri sono con Giovanni Sinatora, Giovanni Patari, Michele De Marco detto Ciardullo, Michele Pane, Napoleone Vitale, Nicola Giunta, Emanuele Di Bartolo, Vittorio Butera, Achille Curcio, Benito Castagna, Vittorio Sorrenti, Umberto Nisticò,  e altri ancora, anche se non tutti baciati dalla Musa.

Conoscere l’italiano, parlare e scrivere in italiano, è indispensabile. Significa sostenere con convinzione, idee e ragioni. Dimenticare le origini, l’idioma, vuol dire rischiare  la perdita della propria identità sociale e culturale. E non è cosa da poco!
LA CRITICA

Relazione consegnata dagli studenti dell’ Istituto "L. Einaudi" di Catanzaro, spontaneamente, senza sollecitazioni, all’attore Pino Michienzi alla fine della terza giornata di seminario.

"RELAZIONE DELLA CLASSE IV E "I.T.C. LUIGI EINAUDI" N° 2"
Questo incontro è stato molto importante, perché ci ha permesso di poter conoscere l’origine di quel dialetto, di cui continuavamo a parlare con un certo disprezzo, come se fosse una lingua del tutto priva di raffinatezza.
Partecipando a questa rappresentazione abbiamo notevolmente mutato la nostra opinione sul dialetto, che in realtà si avvicina molto alla lingua madre.
Ma la sorpresa maggiore è stata quella di notare come il dialetto si adatti in modo adeguato al tema che trattava, prosa o scritto che fosse. E’ stata notata anche l’evoluzione che ha avuto il dialetto nel tempo; infatti ascoltando le prime rime si è rilevata una certa influenza latina che via via scompare.
Sensazioni così dolci, sembra quasi impossibile che siano emanate da un dialetto con una cadenza così dura. Abbiamo preferito riunire in una sola relazione tutte le nostre opinioni a riguardo, dopo averne discusso lungamente in classe. Questo tipo di rappresentazione ha suscitato in alcuni di noi molto entusiasmo, anche perché in realtà era la prima volta che partecipavamo ad una rappresentazione del genere.
Ad alcuni di noi invece non ha suscitato le stesse emozioni degli altri, forse perché non preparati a queste nuove cose. Infatti nessuno di noi, in fin dei conti è andato a teatro, e quindi ignoranti in materia, ma abbiamo cercato di capire. Ma tutto ciò che abbiamo ascoltato ci ha sollecitato a frequentare di più quest’arte, perché in realtà ci ha lasciato qualcosa nel cuore, una dolcezza che solo l’arte può trasmettere.
Noi pensiamo che non possa esistere aggettivo appropriato per poter esprimere la bravura dei due attori che accomunano in modo sì valido, senza "urti", ma in modo omogeneo, poesia e canto. Grazie!

GAZZETTA DEL SUD - 16 maggio 1992
"CONCLUSI I SEMINARI DI POESIA DIALETTALE TENUTI NELLE SCUOLE CITTADINE"

GAZZETTA DEL SUD - 5 giugno 1993
"RECUPERO DEL DIALETTO NELLE SCUOLE"

GAZZETTA DEL SUD - 28 MARZO 1994
"A SCUOLA DI DIALETTO"
"Il progetto organizzato da Comune e Pino Michienzi"
Un progetto culturale per le scuole medie superiori è stato messo a punto dalla Compagnia Teatro del Carro sotto il patrocinio dell’assessorato alla Pubblica Istruzione sul tema "Il Novecento dialettale calabrese: i poeti, la poesia". Un programma che si è svolto complessivamente in dodici giorni e ha visto la partecipazione degli studenti e dei docenti dell’ITC "Grimaldi", del Magistrale "De Nobili" e del Liceo Scientifico "Siciliani".
A reggere le fila l’attore catanzarese Pino Michienzi, che ha ripercorso la poesia dialettale sin dalle sue origini [...] Il programma è stato inframmezzato da canti popolari adèspoti del XV e del XVII secolo rimusicate e cantate da Ettore Capicotto[...] I due hanno raccontato la storia della letteratura calabrese sollecitando la curiosità ed il gusto per la ricerca di una lingua che sta scomparendo.
- Non credevo - ha detto Michienzi a conclusione del programma - ci fosse tanto interesse tra i giovani per il dialetto. La partecipazione e l’entusiasmo che ha suscitato nelle scuole questo mio studio mi ha sorpreso. Devo dire grazie all’assessorato alla pubblica istruzione per avermi dato l’opportunità di questo seminario. Alunni e professori mi chiedono dove possono reperire il materiale inedito. Sono contento - ha concluso - di aver dato un piccolo contributo ai giovani di questa città che è servito, comunque, ad arricchire il loro bagaglio culturale".
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